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Il lavoro dei chirurghi del DNA
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Colonia di cellule staminali indifferenziate
dell'embrione |

Luigi Naldini |
Un gruppo di ricercatori italiani, in collaborazione con alcuni colleghi
americani, ha messo a punto una tecnica per riscrivere la sequenza del DNA
di cellule umane. Un risultato che amplia le prospettive d'impiego delle
cellule staminali nella terapia di tante malattie genetiche, anche se si
dovrà ancora attendere alcuni anni per le concrete applicazioni.
Per la prima volta un gruppo di ricercatori dell’Istituto San
Raffaele-Telethon per la Terapia Genica (HSR-TIGET)
e dell’Università
Vita-Salute San Raffaele, entrambi con sede a Milano,
in collaborazione con
Sangamo BioSciences, ha riscritto una sequenza di DNA in cellule
staminali umane, sfruttando dei virus modificati. Questi ultimi,
fungendo da "vettori", hanno veicolato una sorta di "équipe di
chirurghi" che ha sostituito i pezzi di DNA difettosi direttamente
nelle cellule in vitro.
Il lavoro - cofinanziato dalla Fondazione
Telethon, dall'Unione Europea e dalla stessa Sangamo Biosciences - è
stato pubblicato in questi giorni dalla prestigiosa rivista scientifica
«Nature Biotechnology».
Fino ad oggi, per correggere un difetto genetico, bisognava introdurre
dall’esterno una copia artificiale del gene che
ripristinasse la funzione difettosa di una cellula, ma questa tecnica poteva
solo approssimare il funzionamento di una cellula normale. Infatti il gene
artificiale non può ricapitolare tutte le proprietà di quello
normale e, non ritrovandosi nella sua sede naturale nel DNA, manca
della normale regolazione.
Con questo nuovo approccio sarà invece possibile correggere
direttamente il DNA, ripristinando sia la corretta sequenza sia il
normale controllo di un gene.
Il gene targeting
Il metodo utilizzato è quello del cosiddetto gene targeting,
fondamentale per studiare la funzione dei geni e la loro associazione alle
malattie, come riconosciuto al suo scopritore Mario Capecchi,
Premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia di quest’anno.
Grazie a tale tecnica, infatti, il ricercatore può scegliere come e
quali sequenze di DNA del genoma cambiare, ciò che permette di
valutare nel dettaglio la funzione di ogni gene durante lo sviluppo
embrionale o nelle fasi successive.
Questo avviene attraverso la cosiddetta ricombinazione omologa,
quel fenomeno naturale per cui nel caso una copia del DNA venga
irreversibilmente danneggiata, la cellula sfrutta l’altra copia per riparare
il DNA e ricopiare fedelmente le informazioni andate perdute. Tutte le
cellule, infatti, contengono un doppio patrimonio di informazioni
genetiche, originato per metà dalla madre e per metà dal padre.
Fino ad ora il gene targeting era stato utilizzato nei topi per
creare modelli di malattie da studiare, ma da tempo si era proposto di
verificarne l’applicazione alle cellule di un individuo affetto da una
malattia genetica, per correggere la mutazione responsabile e ripristinarne
la funzione. Purtroppo, però, la frequenza con cui si ottiene gene
targeting con le tecniche convenzionali è talmente bassa da
impedirne questo utilizzo. Infatti, solo una su 10.000 o 100.000
cellule trattate contiene la modificazione voluta e dev'essere
ricercata tra le altre come il tradizionale ago nel pagliaio.
La strategia dei ricercatori
L’ostacolo è stato ora superato grazie allo sforzo congiunto dei
citati ricercatori italiani e americani e combinando le tecniche sviluppate
dai due gruppi di ricerca, la percentuale di successo di questa tecnologia
è aumentata fino al 50% delle cellule trattate.
Da una parte i ricercatori californiani hanno sviluppato
una potente tecnologia che ingegnerizza le proteine, indirizzandone
l’azione su una specifica sequenza di DNA. Dopo avere
identificato una regione "da bersagliare", essi hanno costruito dei
"chirurghi molecolari", assemblando con un microbisturi le cosiddette "dita
di Zinco" (Zinc Finger), moduli proteici ciascuno dei quali si lega
ad una particolare tripletta di basi del DNA, vale a dire l’enzima che
"taglia" il DNA (nucleasi). E il "taglio" della sequenza di DNA
prescelta stimola potentemente la ricombinazione omologa. Lo sfruttamento di
questa tecnologia è però stato finora limitato dalla difficoltà di
introdurre nelle cellule i componenti necessari.
Dall'altra parte i ricercatori del San Raffaele-TIGET
hanno sfruttato la grande esperienza nel disegno e nell'utilizzo di vettori
per la terapia genica, per costruire un
virus modificato capace di veicolare tutta l’"équipe
microchirurgica" nelle cellule. Quest'ultima, una volta introdotta
nella cellula, ha potuto svolgere il proprio lavoro e modificarne il DNA.
«I nostri risultati - ha dichiarato Angelo
Lombardo, dottorando di ricerca dell'Università Vita-Salute San
Raffaele - ampliano le prospettive di impiego delle cellule
staminali in terapia. Le cellule staminali sono la riserva
naturale dell’organismo per il ricambio e la riparazione dei tessuti. Una
volta isolate le cellule staminali del sangue da un paziente affetto da una
malattia ereditaria, la possibilità di modificarne con precisione le
informazioni genetiche ci consentirà di correggere la mutazione
responsabile della malattia stessa e di reinfonderle nell’organismo
per generare globuli bianchi e rossi sani».
Si appella per altro alla maggior cautela possibile il
coordinatore dello studio Luigi Naldini, condirettore
dell’Istituto San Raffaele-Telethon per la Terapia Genica: «Il nostro lavoro
- afferma - ha fornito un'importante prova di principio, ma
per l’applicazione alla terapia dobbiamo ancora aspettare. Infatti,
bisognerà prima valutare con attenzione le possibili complicanze
della chirurgia molecolare del DNA. Se tutto andrà dunque per il
meglio, tra quattro.cinque anni potremo cominciare a sperimentare la
"correzione del DNA" proprio in quelle malattie come
l’immunodeficienza congenita legata al cromosoma X in cui la
terapia genica ha dimostrato la sua potenzialità, ma anche i rischi legati
ad un'espressione non controllata del gene terapeutico».
Da ricordare in conclusione che le malattie genetiche ad
oggi conosciute - causate appunto da un’alterazione dei geni - sono
circa 7.000 e che di queste solo 933 sono diagnosticabili
con uno screening genetico. Ancora meno, poi, sono
quelle che hanno già una cura efficace.
Tra le più note malattie genetiche segnaliamo ad esempio le già citate
immunodeficienze congenite, la distrofia muscolare di
Duchenne, la talassemia, l’emofilia o la
leucodistrofia metacromatica.
(Gabriele Bertipaglia e Laura Arghittu)
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