Molti ricercatori formularono diverse ipotesi sulla natura genetica della malattia (tra questi Heinrich Lehndorf, Jean Caminopetros, Maxwell Wintrobe, William Dameshek). Ma fu l’italiano Ignazio Gatto che negli anni Quaranta propose finalmente l’interpretazione corretta. Egli ipotizzò che la talassemia fosse una condizione ereditaria mortale nell’omozigote (cioè nell’individuo che ha i geni alterati sia sul cromosoma paterno sia su quello materno) e rappresentasse nell’eterozigote (che ha geni alterati solo su un cromosoma) soltanto un tratto minore e non patologico. Pur essendo corretta, l’ipotesi di Gatto restò all’epoca assai controversa: la casistica era molto limitata, circa una decina di famiglie, e il comportamento ereditario della malattia sembrava non rispondere allo schema di trasmissione tipico dei caratteri mendeliani. In realtà, questo era dovuto soprattutto alle difficoltà di individuare dei tratti caratteristici, difficoltà rese ancora maggiori dal fatto che a quell’epoca non erano ancora stati sviluppati metodi diagnostici affidabili e standardizzati. Mancavano poi indagini epidemiologiche associate alle osservazioni ematologiche e agli studi clinici. Per queste ragioni, l’ipotesi di Gatto, peraltro lasciata senza seguito e approfondimenti dal suo stesso autore, trovò scarsa accoglienza nella comunità scientifica.

E’ stato il lavoro di Ezio Silvestroni e Ida Bianco tra il 1943 e il 1946 all’Università di Roma a chiarire conclusivamente i termini della questione. I due ricercatori italiani dimostrarono infatti che la talassemia major era causata da un’anomalia ereditaria dei globuli rossi, che appaiono più piccoli di quelli normali, da loro chiamata microcitemia. Furono loro a dimostrare, con ampi studi di popolazione, che la malattia era estremamente frequente in Italia e che compariva solo negli individui con entrambi i genitori microcitemici, mentre quando solo uno dei genitori era microcitemico i figli nascevano sani. Dal 1943, anno in cui iniziano le ricerche sulla microcitemia, al 1948, Silvestroni e Bianco condussero vasti studi epidemiologici su tutto il territorio nazionale e prepararono, primi al mondo per la talassemia, una mappa accurata della distribuzione della malattia in Italia. I risultati delle ricerche rivelarono un quadro preoccupante, con la presenza di numerosi focolai microcitemici disseminati su tutto il territorio, in particolare nelle zone del Delta del Po e nelle regioni insulari, Sardegna e Sicilia, dove l’incidenza dei portatori arrivava a oltre il 20 per cento della popolazione. Per circa vent’anni, sino a oltre la metà degli anni Sessanta, questa estesa e capillare opera di studio epidemiologico realizzata da Silvestroni e Bianco in tutta Italia interessò circa 100.000 soggetti. Sulla base di questa impressionante mole di dati raccolti, i due stabilirono definitivamente la relazione genetica tra il “morbo di Cooley” e microcitemia. Nel corso di queste ricerche, tra l’altro, Silvestroni e Bianco identificarono per primi alcuni casi di associazione tra anemia falciforme e talassemia, una condizione cui diedero il nome di “malattia microdrepanocitica”.

Oggi, con gli sviluppi della diagnosi precoce, le possibilità di inizio tempestivo della terapia trasfusionale, lo sviluppo della terapia chelante – che ha lo scopo di eliminare il ferro in eccesso che si accumula nell’organismo a seguito delle frequenti trasfusioni di sangue a cui si devono sottoporre i malati di talassemia – e il miglioramento delle tecniche di trapianto di midollo osseo, si sono aperte nuove possibilità per assicurare una qualità della vita adeguata ai pazienti con talassemia.

 nella foto: Ida Bianco ed Ezio Silvestroni con il personale medico dell’Istituto Provinciale per l’Iinfanzia di Ferrara

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